Capitolo 14
Ammiratori
- Come è andata, bambini? Vi è piaciuto lo spettacolo?-
- SI!!!!- gridarono loro, circondandola ancora di più; lei si era inginocchiata per essere all'altezza di tutti e poterli salutare come si deve.
I suoi bambini.
Ormai li conosceva da più di tre anni, quando era stata in ospedale anche lei, per altri motivi.
Dire che li amava era poco.
Vee li adorava.
Erano malati, diversi, ma tutti speciali ai suoi occhi.
Quante volte si erano tirati su il morale a vicenda?
A lei bastava qualche numero imparato al circo per vederli sorridere, e a loro bastava sorridere per vederla stare di nuovo bene.
Sapevano cosa le era successo.
David era medico nel loro reparto e tante volte, quando lei era stata ricoverata, erano venuti a vedere la fidanzata del dottore, come l'avevano chiamata in passato.
Le sue cicatrici erano profonde nel suo animo come quelle di alcuni di loro nella carne.
Vittime di ustioni, incidenti debilitanti, malattie degenerative...lei li conosceva tutti e li amava tutti.
Non aveva mai avuto orrore o pietà nel guardarli e questo piaceva ai bambini.
Con lei si sentivano come volevano sentirsi...normali.
Per Vee era lo stesso.
Ognuno aveva le proprie ferite, ma bastava stare insieme e tutto passava, si faceva più dolce...più accettabile.
Aveva conosciuto tanti bambini in quei tre anni...molti erano guariti e tornati a casa, altri erano rimasti in ospedale, altri ancora...
- E io vi sono piaciuta?- domandò, sinceramente interessata al loro commento.
Loro non le avrebbero mentito mai.
- SIIII!!!!- urlarono ancora più forte, abbracciandola in venti. Vee li strinse tutti a sè, per poi avvicinarsi ai ragazzini sulla sedia a rotelle e abbracciare anche loro.
-Sono molto contenta.- rise, lo sguardo su un uomo abbastanza giovane, con gli occhi neri, e un paio di signore vestite con un camice bianco. Lui fece un cenno con la testa.
Lei comprese.
-Ora però è tardi, dovete tornare in ospedale e andare a dormire...-
- Nooo.....- urlarono in coro.
Una bambina si aggrappò alla gonna di lei.
La pelle chiara come la luna era liscia e vellutata fino alla guancia destra, divenendo terribilmente raggrinzita ed ustionata sulla fronte e sulla guancia sinistra.
La ragazza la prese in braccio.
- Non vieni da tanto tempo, Vee... se torniamo a casa, quando verrai a trovarci?-
Vee le sorrise rammaricata, poi si rivolse a tutti i bambini.
- Mi dispiace non essere venuta a trovarvi, ma volevo essere prontissima per questo spettacolo perchè vi ho invitato tutti.-
Riflettè un momento, una leggera smorfia pensierosa sul viso leggermente affaticato.
Sorrise.
Questa settimana devo andare all'università...lo sapete che mi sto laureando, vero? Ma sabato mattina sono libera. Verrò sicuramente-
la bambina le porse il mignolo e la guardava con i suoi occhi blu scuri.
- Promesso?-
-Promesso, Martyne!- le strinse il mignolo con il suo e le sorrise, poggiando la sua fronte contro quella sfigurata di lei.
- E sapete che mantengo sempre le promesse, vero?-
- SI!-
-Quindi ora tornate in ospedale col dottor Street e con le infermiere McDonald e Collins. Non vorrei che si arrabbiassero con me-, poi portò una mano all'altezza delle labbra, fingendo di bisbigliare:
- Sapete, pensavo di invitare un certo gruppo di bambini alla mia festa per la laurea...- rise dolcemente.
Quanto era semplice nel suo essere sè stessa.
Il dottore la guardava con un groppo alla gola, incredulo che la ragazza, che aveva visto esanime su quel letto d'ospedale dopo la morte del suo collega, potesse rifiorire così bella.
Eppure, ogni tanto, quella sorta di antica tristezza e dolore sepolto riemergevano in uno sguardo, in una parola detta in un certo modo...
Ed era questo che l'aveva sempre tenuto abbastanza distante da lei.
Vedere un fantasma nei suoi occhi...no...non l'avrebbe sopportato.
Perdere David era stato terribile, era come un fratello per lui...e sua moglie...
Sua moglie...
Vee gli si avvicinò, la bambina bionda ancora in braccio.
Sembravano madre e figlia, seppur tanto diverse.
- William, i bambini sono pronti ad andare...Sabato mattina verrò a trovarvi per un paio d'ore, se non ti da fastidio-
- Non preoccuparti...a sabato, dunque- e, con un cenno, la salutò, invitando le infermiere a riaggruppare i bambini e controllare che fossero tutti presenti.
Spinse lui la sedia di Carol, una bella bambina di dieci anni a cui il destino aveva negato l'uso delle gambe.
-Ciao Vee...- salutarono tutti i bambini, mentre venivano portati lontano da lei, che rimpiangeva di aver lasciato le sue scarpe nel camerino.
- Buonanotte bambini... sogni d'oro...- sussurrò, mentre li salutava con la mano, vedendoli andare via.
****
Gerard era rimasto tutto il tempo con Patrick, firmando autografi come fossero cambiali e cercando di sorridere alle fans, mentre lanciava occhiate curiose alla ragazza che adesso abbracciava quei bambini, molti malati o sfigurati che la circondavano.
Era dolcissima, come una sorella maggiore tra di loro, che urlavano risposte a domande che lui non poteva udire dalla sua posizione.
Ne prese una in braccio e per un attimo, vedendo il volto di quella bambina, così triste nella pelle martoriata, non potè che fare a meno di domandarsi come la ragazza riuscisse a guardarla e abbracciarla ed accarezzarla come se fosse stata una perfetta bambola di porcellana; esaminò i suoi occhi.
Non orrore, nè pietà, solo un affetto infinito.
Quei bambini...Vee...avevano lo stesso sguardo.
Strinse il dito teso della bimba, carezzandole la fronte con la sua.
Sembrava una madre, più matura dei suoi venti anni.
" è...bellissima..." .
Si rese conto di non conoscere quel lato del suo carattere...c'era così tanto che avrebbe voluto sapere di quella donna...
La vide avvicinarsi e parlare con un uomo per un momento.Sembravano conoscersi da molto, dalla confidenza con cui si rivolgeva a lui.
"e QUELLO chi è?
L'uomo le fece un cenno e se ne andò, spingendo una carrozzina, seguito da due infermiere in camice, una che spingeva a sua volta una carrozzina, l'altra guidava i più piccoli.
La vide tenere la mano sollevata per salutare i suoi bambini anche dopo che furono usciti. Lasciò che il braccio si accasciasse lentamente al suo fianco, lo sguardo per attimi interi fissi sul pavimento.
Completamente sola.
Non per molto, comunque.
****
-Piccola Vee, sei stata incantevole stasera-
Vee vide la signora Monroe, accompagnata da due altre signore avvicinarsi a lei.
La baciarono sulle gote, e rimasero alcuni momenti con lei.
- Come hai imparato a cantare così bene, Vianne? Chi ti ha insegnato tutto? hai frequentato una qualche scuola?-
Una signora le parlava interessata, una quantità spropositata di rossetto creava l'illusione di una bocca carnosa su quel viso, ormai devastato dall'età.
- No, signora Firth. Cantare è solo un vecchio passatempo; lo facevo insieme alle mie compagne durante le feste del circo...sa, dopo uno spettacolo fortunato...in viaggio ho ascoltato tante canzoni di tanti paesi diversi...e ho imparato...-
La donna sollevò il sopracciglio a sentir parlare di circo.
- Ricordo che con le mie compagne facevamo a gara a chi strillava più forte da far rompere i calici di cristallo del nostro equilibrista...per esercitarmi- sbuffò, divertita dal ricordo- ascoltavo l' uccellino che mia mamma teneva nella gabbietta e lo imitavo quando cinguettava...ero piccola... si fanno certe stupidaggini da piccoli...- sorrise, incontrando un sorriso placido della signora Monroe e della signora alla sua destra. La signora Firth sembrava scandalizzata.
- Comunque non sono mai riuscita a rompere neanche un bicchiere...-
La signora Monroe, coi suoi capelli biondi colorati e cotonati scoppiò in una risata divertita, che trascinò anche le altre due, persino la riluttante signora con le sue labbra finte.
- Tu e mio nipote siete proprio una bella coppia...-
-Suo nipote, signora?
-Alec. Sono sua nonna- rispose la donna fino a quel momento silenziosa.
Ora che la guardava bene, Vee riconobbe gli stessi tratti, e il colore degli occhi.
Era a lei che doveva l'ultima canzone cantata durante lo spettacolo.
-Alec è un gran bravo ragazzo, signora- esordì lei, sorridendole, - ma suo nipote ha già la ragazza...eppoi non è il mio tipo. E' troppo giovane...-
- Come?- riprese la signora, una sorta di delusione si era mescolata alla sorpresa, -ma tu hai appena venti anni...mentre lui ne compirà ventisei quest'anno, direi quasi che è grande per te...-
La signora Monroe iniziò a preoccuparsi della piega che la discussione stava prendendo.
- Si, signora, lo so. Ma vede...- esitò un momento, poi decise di continuare...aveva deciso di cambiare, doveva farlo con i fatti, non solo col pensiero.
- Quando mi sono sposata, quattro anni fa, mio marito aveva quasi trent'anni.-
Le tre donne trasalirono.
Le due signore Firth e Bradbury perchè non si aspettavano quella rivelazione...quattro anni fa?
Sedici anni...neanche loro si erano sposate così giovani.
Con un uomo di trenta anni, poi...Orrore!
La signore Monroe sapeva tutto di Vee e David...era presente al matrimonio...così come lo fu al funerale...ed erano tre anni che la sua Vianne non parlava di David cercando, non di cancellarlo dalla sua memoria, al contrario, di tenerlo tutto per sè.
Le due donne si congedarono da lei, parlottando animatamente.
La signora Monroe le vide allontanarsi, poi si avvicinò alla ragazza e le parlò senza troppi preamboli.
- Lo sai che ora non faranno altro che parlare di questo per tutta la serata, domani lo sapranno tutti alla casa di riposo-
Vee sospirò.
- Lo so, signora, ma ieri un'amica mi ha detto di guardare avanti e vivere la mia vita...innamorarmi di nuovo... ed essere felice...-lanciò uno sguardo all'uomo che non aveva mai smesso di firmare autografi e sorridere.
La signora lo notò e si fece comprensiva.
-E allora fallo, bambina mia, ma non andare in giro a generare chiacchiere su di te...i pettegolezzi alle spalle sono davvero una cosa orribile...-
-Per vivere questo mio futuro devo prima affrontare il passato...e David ne fa parte, così come i miei genitori...non posso più fuggire- la voce tremava ma lei cercò di rimanere stabile, respirò profondamente
- ho vissuto nel loro ricordo troppo a lungo, me ne rendo conto io stessa...e anche se ho paura...-
chinò lo sguardo, mordendosi il labbro per frenare l'impulso di piangere - voglio che David, mio padre e mia madre possano essere fieri di me, e vedermi felice come volevano-.
Sollevò gli occhi lucidi.
Erano così diversi da quelli vuoti e spenti che aveva conosciuto in quei cinque anni in cui aveva avuto la fortuna di dividere parte della sua vita con lei.
Perchè il destino era stato così ingiusto con lei?
Così bella, così giovane e così intelligente...se avesse vissuto una vita più serena avrebbe compiuto grandi cose...invece il cielo aveva deciso di strapparle tutto, prima il padre, poi la madre, infine David, rifiutandole un vero appoggio, tarpandole le ali, costingendola a vivere rannicchiata nel proprio dolore, con gli amici che potevano solo starle accanto e godere dei suoi sorrisi velati.
Aveva visto quella bambina rinascere e morire sotto i suoi occhi.
Ma ora gli occhi di Vee erano vivi e risoluti, sebbene ancora timorosi della sfida lanciata a sè stessa.
Madeleine Monroe l'abbracciò forte.
- Oh, quanto ho sperato sentirti parlare in questo modo, bambina mia...ho aspettato quasi quattro anni questo giorno-
- Voglio che anche lei sia fiera di me, signora- e rispose alla stretta a sua volta, con affetto.
La donna la lasciò e le accarezzò il viso con il pollice ruvido.
- Lo sono sempre stata, mia cara- e sorrise;
- Ma dimmi, chi è quell'uomo molto affascinante che osservavi poco fa?-
- E' la persona che mi ha svegliato...-
****
Gerard la vide abbracciare una donna commossa, dopo che due vecchiette avevano deciso di lasciarla col volto inorridito e sopreso.
" Cosa si saranno dette?"
Le fans iniziavano a diminuire, anche grazie a Patrick che le invitava ad andare, perchè poco dopo avrebbe avuto un impegno al quale non sarebbe potuto mancare ( Era bravo a raccontare balle, doveva riconoscerlo).
Lo scozzese invece non aveva mai avuto questo genere di problemi neanche a Los angeles o a Londra.
Poteva passeggiare ed andare dove più gli aggradava senza essere disturbato.
Solo nei paesi orientali era diverso.
Se in Italia o in Francia poteva permettersi di vagare solo come un cane per le vie delle loro splendide città, disturbato, solo di tanto in tanto, da una ammiratrice che lo degnava di uno sguardo, a Tokyo aveva bisogno delle guardie del corpo.
- Patrick-, bisbigliò all'amico senza muovere troppo le labbra, - ne abbiamo ancora per molto?-
- Dimmelo tu!- gli rispose allo stesso modo.
L'attore sospirò.
Lanciò un ultimo sguardo verso la ragazza prima di firmare l'ennesimo autografo e di intrattenersi con l' ammiratrice di turno.
La donna coi capelli cotonati scambiava ancora qualche parola con lei mentre Eliza le si avvicinava, seguita dal gruppetto di cinesi e dalla signora dagli occhi chiari.
Vee li fissava sorpresa, e ora abbracciava tutti.
Poi prese tra le sue mani la mano del più anziano del gruppo e poggiò la sua fronte sul dorso di quella mano rugosa.
C'era rispetto e reverenza in quel gesto così semplice ed insolito da vedere, in un paese come l'America.
" Neanche in Europa.." riflettè lui, ricordando le varie usanze diffuse in Europa, a cui aveva avuto modo di assistere durante i suoi viaggi. Percepì anche qualche parola pronunciata dalla ragazza, rivolta all' uomo anziano, di origini chiaramente cinesi, che le accarezzava la testa come ad una bambina.
Solo che non comprese.
Anche lei parlava cinese, con una fluenza che lo sorprese.
Accanto a lui si affacciò la donna dai tratti decisamente più occidentali, gli zigomi alti e i colori chiari.
La donna anziana abbracciò la ragazza, stampandole due baci affettuosi sulle guance.
Le parlava in un'altra lingua straniera, senza preoccuparsi di abbassare il tono della voce.
Quanti l'avrebbero davvero compresa, dopotutto?
La ragazza sorrise, rispondendole a tono più di una volta.
Poi Eliza le parlò animatamente, ed entrambe risero, anche se il volto di Vee si dipinse di rosso per un attimo.
La comitiva si congedò allegramente, con cenni del capo ed inchini, mentre la ragazza tedesca le aveva fatto una raccomandazione nella propria lingua ed era corsa alla testa del gruppetto, pronta a riaccompagnarli a casa, a Chinatown...
****
- Non ci credo!- aveva gridato la ragazza al vedere quel gruppo di amici e parenti così caro al suo cuore.
Eliza non le aveva detto che erano venuti anche loro.
La signora Monroe si era voltata e aveva sorriso, facendo un cenno di saluto, alla donna con lo chignon, e lasciando la sua bambina con la famiglia.
- Non ci credo che siete venuti davvero...-
- Credevi davvero che ci saremmo persi il tuo spettacolo?- Un uomo anziano le protese le braccia ed accolse quella bambina in un abbraccio caloroso.
-Signor Ping, ma lei...il ristorante...-
- Non è importante! Stasera ci sei solo tu!-
- Grazie...-
Abbracciò tutti, poi incrociò lo sguardo con quello dell'uomo più anziano di tutti.
Portò il dorso della sua mano sulla propria fronte, in un profondo saluto.
- Sei stata bravissima, nipote adorata- le disse nella propria lingua, certo che lei le avrebbe risposto in quello stesso idioma.
- Grazie nonno- rispose in perfetto cinese, -sono contenta che ti sia piaciuto lo spettacolo-
Il vecchio signor Li sorrideva soddisfatto.
Sua nipote aveva capito che desiderava non farsi comprendere dalla moglie e lei lo aveva assecondato.
Nonostante fossero sposati da quaranta anni, la sua consorte non era riuscita ad apprendere che pochi rudimenti dell'idioma asiatico, e lo stesso si poteva dire di lui, che sapeva solo accennare qualche parola in francese e aveva rinunciato, esasperato,al portoghese.
L'inglese era il loro punto di contatto vero e proprio.
La loro unica nipote era stata un balsamo nella loro vita.
Avevano più di un debito nei suoi confronti.
Con lei potevano parlare nella loro lingua tranquillamente, la loro nipotina era talmente brava da comprendere ogni parola e non aveva mai chiesto a nessuno di parlare un idioma diverso da quello natale.
Vee aveva sempre saputo e voluto adeguarsi, imparando quasi una dozzina di lingue diverse in tutta la sua breve vita, piuttosto che mettere a disagio qualcuno che non sapeva comunicare in una lingua diversa dalla propria.
Anche l'inglese rientrava in questa lista.
- Sai che domani dovrai venire a casa da noi, vero?- le accarezzò la testa.
-Hai perso tanto tempo dietro ai tuoi libri e al tuo spettacolo, sono contento che il tuo corpo sia ancora agile come ricordavo, ma devi tornare ad allenarti come prima...dopo la tua laurea, ho un progetto per te-
- Mi alleno sempre, nonno...sai che non posso farne a meno...e il sangue che lo esige, giusto?- sorrise complice, e l'uomo annuì alla sua brava nipotina che non aveva dimenticato i suoi insegnamenti.
- E a me non dici nulla?- chiese una donna finora rimasta silenziosa e ora reclamava le attenzioni della giovane ragazza.
Parlava in francese.
Si era indispettita a sentirli comunicare in cinese.
Ora era il suo turno di rendersi incomprensibile.
- Nonna!!!-
La nonna la strinse a sè, soffocandola quasi.
-Hai la voce di tua madre, bambina mia...sono così orgogliosa di te!-
Le sue mani tastarono i suoi fianchi e la vita.
La allontanò da sè, lasciando solo le sue mani appoggiate pesantemente sui fianchi di Vee.
- Vianne mia, ma sei dimagrita! Cosa ti è successo?-
- Lo stress?- rispose alla domanda con un tono ironico.
- Scherzo...mi sono esercitata per lo spettacolo...e lo studio...non mi sono trattata bene in questi ultimi tre mesi...-
-Dovrei prenderti a bastonate come fa tuo nonno! Ti avevo detto di...uff..- sbuffò.
- Cosa vorresti mangiare domani?-
Il volto di Vee si illuminò.
- Le tue crepes col cioccolato!- rispose, sorridendo alla donna che non sapeva ormai se ridere o sgridarla.
- Mangi solo dolci e schifezze e resti magra come un grissino...ahh...come vorrei un pò di carne su questo bel visino, mia piccola Vianne-
- Se avessi troppa "carne", nonna, non potrei più saltare ed esercitarmi come vuole il nonno-
- Sarebbe meglio! Ti ho già detto che non voglio che torni a lavorare per il circo e-
- Mi hai detto che avrei potuto fare la mia scelta una volta laureata...e manca poco più di un mese. Ricorda le tue promesse, io ricordo le mie-
- Vorrei tanto che tornassi vivere da noi...-
Lo sguardo della donna si era fatto serio e pesante.
Erano bastati tre mesi lontana da loro a renderla più magra ed indifferente della propria salute.
Non credeva che l'università fosse così impegnativa, altrimenti non l'avrebbe mai esortata ad iscriversi...Vee aveva sempre avuto il tempo di venire da loro, invece dal gennaio di quell'anno i suoi studi erano progredti, era pronta già per la laurea, solo il tempo degli ultimi esami, ed era venuta poche volte, sempre per allenarsi e tornare a casa...
Eliza riferiva continuamente informazioni su di lei ai due coniugi, e sapere che un mese prima era letteralmente scomparsa le aveva fatto saltare il cuore in gola.
Eliza e Leda non potevano essere sempre là per lei.
Un giorno se ne sarebbero andate anche loro...avevano la loro vita.
Tornare a vivere da loro era la soluzione migliore...quella casa di periferia era solo un covo di brutti ricordi, perchè sua nipote si ostinasse a rimanere lì era rimasto un mistero.
- Lo so, ma ho già una casa, nonna...ho venti anni, sono grande...-
- Hai solo venti anni, Vianne mia, e sei sempre la mia piccola, testarda nipotina - disse la signora con voce dolce.
Decise di essere comprensiva, quella sera...era la sua serata.
- Ma sai- interruppe Eliza, parlando animatamente, intuendo appena il tono serio dalla discussione,- che nel pubblico c'erano tanti ragazzi che si domandavano chi fosse quello splendore che cantava sul palco, e ti indicavano di continuo...non sei contenta? hai fatto colpo!-
Vee la ascoltava, ma aveva in mente ben altro.
Si sorprese a pensare che c'era solo una persona su cui avrebbe voluto davvero "far colpo".
Arrossì.
- Davvero?- sussurrò; Eliza annuiva violentemente con la testa
-Capisco...-
-Ora dobbiamo andare, Vianne cara. Abbiamo organizzato una piccola festa per te, e gli altri ci aspettano al ristorante di Ping - La nonna le aveva dato un bacio e ormai iniziava ad allontanarsi.
- Non dovevate...-
- Ma l'abbiamo fatto!- continuò Eliza, scostando la ciocca ribelle dalla fronte dell'amica.
- Vieni con noi?-
Vee rimase perplessa.
Doveva salutare tutti i ragazzi ancora in sala, e ancora non aveva avuto modo di incontrare...
- Non posso. Devo cambiarmi;...saluto gli altri e vi raggiungo più tardi in taxi...-
Eliza la squadrò. Disse una frase nella sua lingua per non farsi comprendere dagli anziani accompagnatori.
- Promettimi che starai attenta, Non mi fido a lasciarti sola e se solo non dovessi accompagnare i tuoi nonni...-
- Loro sono più importanti adesso. Arriverò viva e vegeta, ok?-
- D'accordo. Fai attenzione, per favore...accidenti a te, devi proprio comprarti un cellulare...starei mille volte più tranquilla-
- Lo dimenticherei sempre spento, lo sai...Ti voglio bene, Liz- le disse, sorridendo mentre la ragazza raggiungeva il suo gruppo e usciva dal teatro dall'ingresso principale.
****
Gerard la osservò ancora; un gruppo nutrito di ragazzi si avvicinò a lei.
"Ehi! Dove credete di andare? State alla larga! Sciò!"
Parlarono un pò con lei, che rispose tranquilla alle loro domande e annuiva appena, accennando un sorriso imbarazzato ai loro apprezzamenti. Era a disagio.
Circondata da ragazzi, tutta sola, non lo era mai stata neanche al circo, e ora non era solo imbarazzata, ma anche timorosa.
Pregò silenziosamente che qualcuno la tirasse fuori da quella situazione.
- Scusatemi- disse Gerard, scostandosi garbatamente dalle due fans che gli si erano incollate addosso, e sotto lo sguardo malizioso di Elliot che lo vide allontanarsi per salvare la principessa dalla schiera di corteggiatori che, a meno di una decina di metri da dove Patrick e il suo assistito avevano fatto pianta stabile per firmare autografi, continuavano a godere della sua compagnia.