Capitolo 9
Su un pezzo di carta
- Mi segua-
e prima di allontanarsi troppo dalla stanza insieme a quella donna, vide la stessa infermiera che aveva assistito la bambina fino a poco prima entrare nella camera della paziente Sullivan, accompagnata da un medico molto giovane coi capelli a spazzola e l'aria intelligente, per quanto gli era stato dato intravedere. La donna spingeva un carrello, una sorta di ripiano mobile e l'uomo ebbe solo il tempo di inorridire davanti a tutte quelle siringhe e medicinali che recavano, opportunamente riposte negli appositi contenitori e sacchetti.
Odiava le medicine.
Forse perchè sua madre era morta credendo di poter essere salvata da quei veleni...
Forse perchè vedere la fede di una persona crollare davanti all'evidenza dei fatti era doloroso...
...Mi dispiace, signora...ma non possiamo più curarla...
Quella voce, fredda e metallica come quella dell'uomo sconosciuto che aveva sentenziato la fine della prima donna che aveva amato in vita sua...
Quella voce non l'avrebbe dimenticata più.
Che significa "non possiamo più curarla?"
E tutte quelle medicine a che servivano, allora?
Tutte quelle pillole...quelle compresse...quegli aghi?
Che utilità avevano?
Che significato avevano?
Palliativi...
Per farla soffrire meno in attesa del momento estremo...
Che triste destino, si era detto a mente fredda più di una volta, già adulto...
Era cosi che Kate Riggans doveva andarsene?
Perchè aveva permesso che accadesse?
Era troppo giovane...troppo, per opporsi.
Suo padre sarebbe dovuto tornare indietro da loro...lui si sarebbe dovuto opporre per loro...non li avrebbe dovuti lasciare...
Anche fosse stato inutile, anche se avessero sofferto di più...
Sarebbe stata l'ultima cosa che Joseph Riggans avrebbe fatto come marito, come padre, come uomo...invece nulla.
Nulla aveva avuto importanza...
Non aveva importanza.
Era già troppo tardi.
Non c'era più nessuno da salvare; nessuno poteva più salvarlo...
Era cresciuto, adesso.
Era un uomo adesso.
Erano già smussati gli spigoli del suo carattere, erano già saldi in lui i principi che lo avrebbero guidato per il resto della sua vita.
Scosse il capo, allontanandosi insieme alla dottoressa, che lo guidò attraverso il largo portone d'ingresso che aveva varcato per entrare in quel mondo a lui sconosciuto ma famigliare.
Si guardò un attimo intorno.
L'edificio in cui avrebbe soggiornato era ad est della clinica...
Allora perchè la dottoressa lo stava portando nella direzione opposta?
Si ritrovarono dopo qualche metro immersi nel prato.
La vide chinarsi e raccogliere qualcosa, la stoffa bianca del suo camice accarezzare lievemente i filamenti verdi che la frescura di quella giornata sembrava rinvigorire.
- Ecco..- si rialzò, ritrovandoselo alle spalle.
- Siamo fuori dalla clinica...può fumarla , adesso-
e gli porse la sigaretta da lei gettata minuti prima.
- Divertente..- si ritrovò a pensare con sarcasmo lo straniero.
Prese la cicca e la ripose in tasca, lanciandole uno sguardo ironico che lei non colse.
La sua attenzione era rivolta all'edificio accanto, e voltando lo sguardo si accorse che la finestra dava sulla stanza da cui erano appena usciti.
Si affacciò e vide la giovane Elisabeth, lo sguardo perso nel vuoto del pavimento mentre un ago le penetrava il braccio, risucchiando gocce e gocce del suo sangue, un lungo istante di silenzio.
Poco dopo lo stesso ago servi a irrorare le sue vene con un medicinale di cui solo uno di quegli spettatori ignorava la natura.
Elisabeth sorrise all'infermiera e al giovane infermiere che l'avevano curata e poco dopo incrociò lo sguardo dei due individui fuori dalla sua stanza.
Lanciò loro un sorriso brillante, nonostante iniziasse ad avvertire la pesantezza del farmaco farsi strada nel suo corpo, intorpidendole il braccio, ma non lo diede a vedere, tanto che la signora Parker la invitò a sdraiarsi e la bambina potè solo fare un cenno al suo "papà" e alla dottoressa.
Rimase a fissarli ancora per poco, chiudendo gli occhi e aspettando che la medicina facesse del tutto il suo effetto.
Joey, questo il nome dell'infermiere, fu l'unico ad uscire, portando via con sè il solito campione di sangue insieme al carrello con i farmaci e gli strumenti.
- E' una bambina meravigliosa- sussurrò la dottoressa, ricevendo uno scorcio di tiepida serenità dall'aspetto sereno di Elisabeth.
Sembrava addormentata.
Per un attimo "Peter" credette di scorgere un sorriso sul volto di quella donna così algida.
Ma fu davvero solo un attimo.
Subito Angela Watson si rivolse a lui, uguale a sè stessa.
- Ora andiamo-
Non parlarono molto, attraversando il cortile esterno della clinica, cinto dal prato e dopo qualche metro furono alla pensione.
Fu la donna ad introdurre il signor Sullivan ai due proprietari, che si sorpresero di quella visita, nonostante fosse già programmata.
Non si aspettavano che venisse davvero...
Più tardi sarebbero andati a trovare la piccola Lizzie...doveva avere un bellissimo sorriso, quel giorno...
Mentre salivano le scale che li avrebbero condotti al secondo piano dell'edificio, fu la dottoressa a prendere l'iniziativa ed a spezzare quel silenzio che si era instaurato tra i due.
- Quanto resterà?-
Lui riflettè un poco sulla risposta.
Elisabeth aveva programmato solo l'indomani...nessun progetto a lungo termine.
Quel pomeriggio avrebbe chiarito una volta per tutte i termini di quel contratto campato per aria.
- Ancora no so..non molto, comunque..-
Si sorprese nel percepire uno sbuffo ironico uscire dalle labbra della dottoressa.
Quella donna era capace di ironia?
Non sembrava possibile, invece..
- C'era da aspettarselo...-
Lo straniero si sentì punto sul vivo.
Cosa voleva da lui?
Non bastava aver accompagnato Elisabeth fin lì?
Perchè quel sarcasmo?
Perchè quel disprezzo?
Era stanco, e non si trattenne dal parlare, cercando comunque di mantenere un certo controllo.
-Cosa vuole da me, dottoressa?Cosa pretende? sono un uomo impegnato- disse lui, ricordando la descrizione che Elisabeth gli aveva fatto del proprio padre.
Per la prima volta la vide guardarlo con occhi nuovi.
Anche lei lo disprezzava...
E lui non se lo meritava.
- Dentro, in clinica, mi avete guardato come un mostro, un alieno...e non credo di meritarlo-
Lei lo osservò, indifferente a quello sfogo controllato.
- Lei è il padre di Elisabeth, no?-
Lo sconosciuto fu sul punto di rispondere negativamente, ma tacque.
Iniziava a capire...
- Lavoro qui da quasi due anni..Lizzie è qui da un anno almeno...e lei dov'era?-
Erano arrivati davanti alla stanza che la ragazzina aveva affittato per il genitore.
- Mai una telefonata...mai una visita..mai una risposta alle lettere che Lizzie le scrive quasi ogni giorno...cosa credeva, che l'avremmo accolta a braccia aperte?-era distaccata, ma l'uomo riusciva benissimo a cogliere il tono infervorato con cui avrebbe voluto parlare se la sua professione non glielo avesse vietato.
Lui dunque non rispose, restando ad ascoltare, lo sguardo colmo di quieto stupore...
Una bambina abbandonata a sè stessa...
- Lei arriva di punto in bianco e crede di poter fare il padre? Quella gente, in clinica- si soffermò su questa parola, come se parlasse di una grande famiglia e non di una costruzione di calce e mattoni, - tutti loro sono come dei genitori per i bambini che sono ricoverati qui, soprattutto per Lizzie-
Si fissarono per un istante, leggendo le reciproche intenzioni nei rispettivi volti, negli occhi chiari che entrambi vantavano.
Fu nuovamente Angela la prima a parlare, desiderando chiudere la questione definitivamente.
- Non mi aspetto nulla da lei, signor Sullivan...non mi aspetto certo che lei sia per Lizzie ciò che non è stato finora...ma almeno la faccia stare bene,ne ha bisogno...come sa, lunedì verrà operata...ignori le altre persone, ma non si dimentichi di loro-
e si congedò con un cenno del capo, allontanandosi distintamente dall'uomo e dalla sua stanza.
Solo pochi secondi dopo lui la richiamò.
- E lei, signora Watson? Cosa pensa di me?Mi sembra che lei sia pure..una di loro- usò una particolare inflessione su quel pronome, sfidandola quasi a rispondere, a negare che anche lei lo disprezzava..
No.
Che lei disprezzava Peter Sullivan...
La dottoressa lo squadrò seria e stranamente colpita.
Il suo labbro assunse una piega amara mentre si avvicinava nuovamente all'uomo e gli fu a poco meno di tre passi quando gli rispose.
- No, signor Sullivan...per me...lei è solo una firma su un pezzo di carta...-
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