Capitolo 15
La galleria
- No, Frankie...oggi non posso...-
Lizzie sembrava insofferente e dispiaciuta.
Eppure il desiderio di Frankie era più che legittimo.
Lo vide voltarsi deluso, ed incamminarsi per uscire, andare a scuola.
Lei lo fermò sulla porta, abbracciandolo e guardandolo subito dopo negli occhi.
- Domani. Domani ti porterò da tuo padre, te lo prometto...- disse Lizzie, portandosi una mano sul petto e porgendogliela l'istante successivo.
Era una promessa.
Le lanciò uno sguardo perplesso, ed infine le sorrise, regalandole un bacio soffice sulla guancia prima di andare, scomparire sulle scale.
Lo vide andare via, e rimase sulla soglia della porta, sospirando sommessamente.
- Lizzie, è un suo diritto...-
- Lo so..-
Nell si accese una sigaretta, sedendosi a tavola per fare colazione.
- Ormai non può fargli alcun male, Frankie è grande...è forte-
Lizzie recuperò la propria borsa scura, pronta per il lavoro, diresse un'occhiata alla madre, abbassando subito lo sguardo.
Si rivolse all'uscita di casa.
- Forse...Frankie si...-e se ne andò lasciando la frase in sospeso.
Frankie era forte abbastanza, lo sapeva...
Ma non era il solo ad dover affrontare quella situazione.
Erano in due, riflettè incamminandosi verso il locale di Marie.
Quella sarebbe stata una giornata lunga.
******
- Sei mai stato in un museo? - domandò Elisabeth, mano a mano che il taxi si addentrava verso il centro della città, lì dove sorgeva la Galleria d'arte moderna di Glasgow.
L' uomo non rispose, vagando con lo sguardo tra gli alberi del viale di turno, una lunga strada alberata, due o tre ragazzini quà e là a rincorrersi e giocare prima di entrare a scuola.
- Quei ragazzi sono in ritardo...- indicò Lizzie ridendo appena, e voltandosi lo straniero si accorse che anche lei osservava quella scena, piegata verso il finestrino di lui.
- Sai, è divertente arrivare tardi! Vieni sgridata e poi passi il tempo con gli amici, ad imitare i professori che ti rimproverano con facce strane- rise brevemente, e sospirò, senza dire più nulla.
- Ora però...- proseguì con mitezza, - non ricordo più cosa si prova- e sorrise malinconica, ritornando al suo posto, dritta sul sedile, gli occhi socchiusi.
- Ormai sono sempre puntuale per tutto...in alcune cose pure in anticipo-
Rimase accigliato ad osservarla, ma prima di chiedere a cosa alludesse comprese che lei non ne avrebbe parlato ed in qualche modo si rassegnò.
Conosceva il meccanismo di quella giovane mente...
- Ragazzina...-
- Siamo arrivati- dichiarò il tassista interrompendo la loro breve e alquanto silenziosa discussione, parcheggiando abbastanza bruscamente davanti ad una ampia e vecchia scalinata.
- Siamo arrivati!- esclamò lei, come se tutta latristezza di un minuto prima fosse inghiottita da quell'improvvisa novità ed entusiasmo.
Scese dal taxi e salì un paio di gradini, respirando profondamente.
Era una grande, antica ed affascinante struttura, quella che si presento innanzi alla strana coppia.
Alta, magnificiente, sembrava solida roccia circondata da verde e strade.
L'uomo si apprestò a lasciare la vettura, raccomandando all'autista di aspettare nei paraggi o comunque di farsi trovare lì vicino.
- Senti questo profumo, papà?- chiese Lizzie, vistasi raggiunta dal presunto genitore.
Ed egli arricciò il naso, inarcando il sopracciglio.
- Lo smog di città? Si, lo sento...- fece ironico, scuotendo il capo e aspettandosi una risposta che non giunse.
Salirono lentamente i gradini che li separavano dall'ingresso, nell'aria un odore particolare, di colore appena steso e di legno levigato, di pietra liscia e di polvere che fluttuava nell'aria, stagnante ma non opprimente, anzi, per certi versi pure gradevole.
La ragazzina si fermò a metà strada di quella lunga salita, lanciando uno sguardo rattristito e amareggiato alla struttura, così vicina...eppure così lontana.
La facciata dell'edificio sembrva gridarle il suo benvenuto, invitarla a raggiungerlo, ad ammirarne gli interni ed esplorarne il mondo fantastico che si sarebbe aperto una volta attraversato l'ingresso.
Si portò una mano al petto, ansimando impercettibilmente, invocando le sue forze di assisterla quel giorno, di non abbandonarla.
Con rinnovato vigore si affrettò, afferrando la mano del suo accompagnatore per trovare un sostegno, un appiglio.
Sentì il suo cuore balzare nel petto quando percepì la mano di lei, piccola, fragile, stretta alla propria; con la coda dell'occhio lo straniero osservò la propria mano e lei, minuta, lo sguardo colmo di quieto stupore e perso tra le rifiniture di quella costruzione imponente che avrebbero visitato da lì a poco.
Accennò un tenue, inaspettato sorriso...
Quella stretta lo riscaldava...
Lo faceva sentire...utile, in qualche modo...
Elisabeth analizzò la schiena di quell'uomo che le dava le spalle mentre senza accorgersene la aiutava, sostenendola: non conosceva quell'individuo, quello strano amico...ma non le importava.
In quel momento, a meno di due gradini dalla fine di quell'odiosa scalinata, Elisabeth provava conforto, provava calore e sapeva di potersi fidare di quella mano, meno estranea di quanto sospettassero entrambi.
Quale insospettata affinità li univa...
Avrebbe voluto ringraziarlo quando lui lasciò la sua mano e rimase indietro di qualche passo, vedendola avanzare.
Che meraviglia...
L'immenso portone in legno lucido, verniciato e riccamente decorato con vari motivi, soprattutto putti ed angeli, storie di santi incisi da uomini di fede, attiravano già la sua attenzione promettendole un mondo nuovo ed antico, già conosciuto, oltre sè stesso.
All'ingresso un uomo anziano li attendeva, in uniforme e ben ordinato, i capelli color cenere e fumo nascosti dal berretto d'ordinanza e un sorriso divertito e rapido sul volto nel vedere una bambina come quella in gita lì, in un museo dove l'espressione dei ragazzini costretti ad entrare era ben diversa dalla pacata gioia di lei.
- Buongiorno- la salutò lui, sollevando brevemente il cappello dalla fronte, rivelando un principio di calvizie alle tempie, un disagio dell'età di cui non sembrava vergognarsi.
- Ciao signor custode!-
Elisabeth si avvicinò, porgendogli la mano e chiudendola in una stretta debole ma decisa.
La guardia scosse il capo, accarezzandole la testa sotto il berretto di lana.
- Lo sai che sei una bella bambina?-
- Grazie!- rispose lei senza mai staccare gli occhi dai suoi.
- Da grande sarai una bellissima signorina, ci scommetto il berretto!- e le strizzò l'occhio, sorridendo e mostrando in fila i suoi denti leggermente ingialliti dagli anni e dal consumo eccessivo di caffè e sigarette.
- Lo perderesti!- lo irrise Lizzie, prima di chinare lo sguardo e voltarsi verso lo straniero, ancora sulla soglia a fissare chissà quale trama scolpita nelle mura.
- Posso entrare?- domandò infine la bambina, ritornando sulla guardia che la scrutava, cercando di ricordare dove avesse visto un volto simile al suo.
Aveva qualcosa di famigliare...ma cosa...?
- Sei da sola?-
- No..quello è il mio papà- e alzò il braccio, indirizzato all'uomo che proseguiva nella loro direzione.
- Allora va bene- disse lui, una volta che il padre dela ragazzina fu ad un passo.
- Buon divertimento- augurò ad entrambi, congedandosi con un cenno del capo dai due, che vide allontanarsi, inoltrarsi nella fitta rete di corridoi e sale di cui quel museo era pieno.
Quella ragazzina...era certo di ricordare...
*****
Una donna gli correva incontro, entusiasta, e con un salto gli era saltata al collo, abbracciandolo e ridendo come una adolescente.
- Phil! Mi sposo! IO mi sposo- gridò lei, sorridendo al mondo dall' ingresso della Galleria.
I suoi lunghi capeli biondi sembravano splendere di una nuova luce, come il grano in primavera, scosso e cullato dal vento gentile, e i suoi occhi due pietre scure, brillanti magnetici, irradiavano felicità.
- Ne sono felice, Lilian...- aveva detto, stringendola a sè.
Ma leggendo negli occhi di quel suo carissimo amico, di quel collega...non era gioia che incontrava, ma rimpianto, nostalgia.
- Non si direbbe, Phillipe...-
La guardia scuoteva il capo, lisciandole la chioma e carezzandole la guancia.
- Non mi fraintendere...sono solo triste perchè so che partirai, piccola mia...-
- Ohh, Phil..Londra non è così lontana, verrò a trovarti!-
- E quell'uomo te lo permetterà? Te l'ho già detto che non mi piace?-
Lilian aveva riso di una risata cristallina, baciandogli la guancia con fare infantile.
- Si, Phil, me l'hai già detto...ogni volta che ti presentavo un ragazzo! Ma questa volta è diverso!Peter è quello giusto, lo sento!-
La guardia aveva semplicemente annuito: se Lilian era felice...anche lui lo sarebbe stato, almeno per lei.
In cuor suo lo sperava.
- Ora devo andare dal direttore...oggi mi licenzio- aveva detto con tono mesto, ricordando l'unica cosa negativa della sua vita futura: non poter più lavorare laggiù, con quelle persone..con quegli amici...
Tutto...per amore.
- Si, vai pure- aveva incassato la guardia, rammaricandosi intimamente di quella giovane amica che a breve sarebbe volata via da Glasgow, dalla Scozia, dalla sua casa, e con un gesto del braccio l'aveva introdotta per l'ultima volta in quel regno dell'arte.
Erano passati più di dieci anni....
Se quel giorno avesse saputo quale sarebbe stato il destino della sua piccola e promettente Lilian ...
Cosa avrebbe fatto?
L'uomo si sedette vicino alla porta, ad osservare le persone passeggiare in strada.
Portò la mano al portafogli e tirò fuori una vecchia foto ed un foglio tutto spiegazzato, con un disegno ed una scritta a matita.
Rilesse quelle parole, osservando quello schizzo con una nostalgia spiazziante.
Era tardi per tornare indietro, inutili i rimpianti e i rimproveri...
Lilian era morta.
Il passato era morto.
*****
Elisabeth quasi volava, lanciando sguardi a destra e sinistra, cercando qualcosa in ogni dipinto, in ogni scultura, seguita dallo straniero che si chiese cosa potesse esserci di interessante in un paio di croste ammuffite e di statue immobili per una ragazzina di tredici anni.
Quella era roba da vecchi studiosi, quei bigotti che avrebbero cercato tra le linee e le sfumature di una tela il formularsi di un pensiero umano da parte di un artista probabilmente reso polvere dalla cattiveria del tempo.
Questo pensava...ma non mancò di soffermarsi, almeno con lo sguardo su qualcuna di esse, affascinato egli stesso controvoglia da quei motivi e da quei colori così lontani dalla realtà e così vicini invece agli occhi dell'anima.
Attraversarono ampi corridoi, alcuni polverosi e si soffermarono in diverse sale, vagando per più di un'ora tra le opere esposte.
- Sediamoci qui-
Elisabeth scelse la sala e la panca di liscio metallo nero su cui si accomodarono.
Solo allora la ragazzina trasse fuori dalla borsa il suo quaderno e delle matite, chinando la testa sul suo lavoro e divenendo inaccessibile a tutto e tutti.
Lo straniero si ritrovò a fissarla per un attimo, non curioso ma interessato.
Ma subito la sua attenzione fu attratta da un grande quadro, proprio innanzi a loro: ritraeva un paesaggio famigliare, ne era consapevole.
Si alzò, lasciando la bambina sola al suo operato e con passo lento si avviò verso la tela in questione.
I suoi occhi sembravano assorbire quei colori, quelle linee, quei sentimenti che non credeva potessero trasparire così evidenti da un pezzo di tela colorato.
Non seppe dire quanto tempo rimase a contemplare quel quadro; Lizzie gli era però arrivata alle spalle, il quaderno in mano e le labbra dischiuse in un sorriso malinconico.
- Mia mamma lavorava qui, sai?-
Lo straniero non rispose.
- Mia mamma dipingeva...e restaurava i quadri come questo...- e fece un passo avanti, chiudendo gli occhi un attimo per poi riaprirli, lasciarsi avvolgere dalla bellezza di quella tela.
Sorrise, rivolgendosi a lui in quella sala deserta.
- Non è bellissimo?-
Si scambiarono un lungo sguardo, l'uomo la fissava dalla sua altezza, vedendola più grande, matura e al tempo stesso piccola, solitaria nella luce vitale che la illuminava.
Lizzie tornò dunque al suo posto, riprendendo a disegnare, senza muoversi se non per recuperare qualche strumento utile al suo scopo dalla borsa.
Lo straniero riprese ad analizzare quel dipinto con rinnovato interesse.
- Non è bellissimo?-
- ...lo è davvero...- sussurrò appena, senza farsi udire.